Ho attraversato molte stagioni di cambiamento nel coaching. L’arrivo dei primi strumenti digitali. Il boom del coaching online. La pandemia che ha azzerato le sessioni in presenza. Ogni volta, qualcuno annunciava che “il coaching non sarebbe mai più stato lo stesso”. Ogni volta, aveva ragione — e torto allo stesso tempo.
Il coaching cambia sempre nella forma. Nella sostanza, no.
L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Sta cambiando gli strumenti, i ritmi, le aspettative dei clienti. Non sta cambiando — e non cambierà — la natura profonda di ciò che un coach fa quando è davvero al lavoro.
Ma vale la pena essere precisi. Perché tra “non cambierà la sostanza” e “non cambia niente” c’è una distanza che i coach professionisti non possono permettersi di ignorare.
Cosa dicono i dati: la ricerca ICF Italia 2025
Prima delle opinioni, i numeri. La ricerca AI & Coaching 2025 di ICF Italia, condotta su un campione di circa 200 professionisti, mostra che tre coach su quattro hanno già sperimentato l’utilizzo di strumenti AI. Non è una minoranza innovativa. È la maggioranza della professione.
Guardando al futuro, la visione è condivisa: tre coach su quattro immaginano l’AI come un’alleata complementare del lavoro umano, non come un sostituto. Solo una quota marginale teme la sostituzione. L’ipotesi che l’AI diventi irrilevante è ancora meno rappresentata.
Il quadro è chiaro. La comunità professionale non è divisa tra apocalittici e tecno-entusiasti. È sostanzialmente concorde su un punto: l’AI entra nel coaching come strumento, non come alternativa.
Ciò che divide, invece, è la capacità di usarla bene. La ricerca ICF sintetizza la differenza in tre variabili chiave: alfabetizzazione AI-specifica, mediazione uomo-macchina e metacognizione aumentata. Non basta sapere che l’AI esiste. Bisogna saper costruire il confine tra ciò che delega e ciò che presidia il coach.

Cosa cambia davvero: le nuove competenze del coach
Il coaching professionale del prossimo decennio richiederà competenze che oggi non sono ancora sistematicamente insegnate nelle scuole di formazione. Tre in particolare.
La prima è l’alfabetizzazione AI. Non serve diventare esperti di machine learning. Serve capire cosa fanno gli strumenti che si usano, quali dati raccolgono, come elaborano le risposte e — soprattutto — dove i loro limiti diventano rischi etici. Un coach che usa un’app di analisi emotiva senza capirne il funzionamento non sta lavorando con più dati: sta lavorando con meno consapevolezza.
La seconda è la capacità di mediazione uomo-macchina. Il coach del futuro non lavora facendosi sostituire dall’AI, né delega all’AI ciò che è suo. Sa dove collocarsi. Sa quando uno strumento digitale può supportare il cliente tra una sessione e l’altra — e sa quando quella stessa delega sarebbe una scorciatoia che impoverisce il processo. È una competenza di confine, e come tutte le competenze di confine richiede giudizio, non regole.
La terza è la metacognizione aumentata. Significa essere consapevoli, in modo più esplicito che in passato, di come si pensa mentre si fa coaching. Perché l’AI produce contenuto rapidamente, ed è facile confondere la velocità con la qualità. Il coach che sa riflettere sul proprio processo — che sa distinguere un’intuizione autentica da un pattern automatico — mantiene la sua funzione essenziale anche in un ecosistema saturato di risposte generate.
Cosa non cambia: il nucleo irriducibile della professione
Trent’anni di pratica mi hanno insegnato una cosa su cui non ho mai cambiato idea: il coaching funziona perché crea uno spazio che non esiste altrove.
Uno spazio in cui qualcuno si ferma. Riflette senza essere giudicato. Viene accompagnato — non consigliato, non istruito, non valutato — verso una comprensione più profonda di sé e delle proprie possibilità.
Questo spazio è relazionale. Ha bisogno di presenza, di fiducia, di un’etica incarnata. Non di efficienza computazionale.
Il futuro del coaching non sarà né totalmente umano né totalmente artificiale. Ma la parte umana non è negoziabile. È quella che rende il coaching diverso da qualsiasi altro strumento di sviluppo — digitale o meno.
L’AI può analizzare pattern comportamentali su anni di dati. Non può stare nel silenzio con qualcuno mentre elabora qualcosa di difficile. Non è una questione di tecnologia ancora immatura. È una questione di natura: il silenzio condiviso è un atto relazionale, e gli atti relazionali richiedono due soggetti capaci di intenzione e responsabilità.

Il rischio che nessuno nomina: la qualità media si abbassa
C’è una tendenza che osservo con attenzione, e che vale la pena dire chiaramente.
L’AI abbassa la soglia di accesso a strumenti che sembrano coaching — app di journaling guidato, chatbot con domande potenti, piattaforme di “self-coaching” con feedback automatizzato. Sono utili e alcune sono ben fatte. Ma non sono coaching.
Il rischio non è che l’AI sostituisca i coach bravi. È che renda invisibile la differenza tra un coach bravo e un’interfaccia che simula il coaching. E quando quella differenza diventa invisibile, il mercato si appiattisce verso il basso.
Per i coach professionisti con solida formazione e credenziali riconosciute, questa è sia una minaccia che un’opportunità. Chi saprà comunicare con chiarezza il valore specifico della propria presenza — non del coaching in generale, ma del proprio approccio, della propria storia, del proprio metodo — uscirà rafforzato da questa transizione. Chi si nasconde dietro la categoria perderà visibilità.
Cosa serve alla professione adesso: tre priorità concrete
Il dibattito sul “se” usare l’AI nel coaching è esaurito, la questione ora è il “come”. Sulla base di quello che vedo nella formazione dei coach e nella pratica con i clienti, tre sono le priorità che non possono aspettare.
Formazione etica, non solo tecnica. I coach hanno bisogno di linee guida chiare — e ICF Global le sta sviluppando — su consenso informato, trasparenza sull’uso degli strumenti, gestione dei dati del cliente. Non è burocrazia: è la condizione perché la fiducia della professione regga nel tempo.
A cura di: Redazione
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