AI e lavoro: perché le soft skill (e il coaching) valgono più che mai

C’è un dato che vale la pena tenere a mente prima di qualsiasi altra considerazione: in Italia, le aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale sono raddoppiate in un solo anno, passando dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025 (Istat). Non è più una tendenza emergente. È una trasformazione in corso, adesso, nei mercati in cui lavorano i tuoi clienti, i tuoi colleghi, le persone che formi.

La domanda non è se l’AI cambierà il lavoro. Lo sta già facendo. La domanda è: cosa resta irriducibilmente umano e quanto vale?

L’AI ridisegna i ruoli, non li elimina (ma attenzione ai dettagli)

Il World Economic Forum stima che entro il 2030 verranno persi 92 milioni di posti di lavoro — e ne verranno creati 170 milioni. Il saldo è positivo, sulla carta. Ma tra un lavoro che scompare e uno che nasce, c’è sempre una persona che deve attraversare la transizione.

Circa 10,5 milioni di lavoratori italiani sono oggi classificati come “altamente esposti” all’impatto dell’AI. Non si tratta solo di mansioni ripetitive o a bassa qualificazione: i profili più colpiti includono impiegati del settore finanziario, della comunicazione, professionisti con alta istruzione che svolgono compiti a intensa elaborazione cognitiva ma codificabile.

Il punto che spesso si trascura è questo: l’AI non sostituisce le persone, sostituisce i compiti. E quando un compito viene automatizzato, ciò che resta — la parte non automatizzabile — acquista un valore proporzionalmente più alto. Quella parte è quasi sempre fatta di competenze umane.

Le 7 soft skill che il World Economic Forum mette al primo posto

Il Future of Jobs Report del WEF è esplicito: sette delle dieci competenze più richieste entro il 2030 saranno soft skill. Non competenze tecniche, non certificazioni digitali. Competenze umane.

L’elenco include problem solving complesso, flessibilità cognitiva, autoriflessione, creatività, empatia, intuizione e comunicazione interpersonale. Tutte competenze che hanno una caratteristica in comune: non si apprendono leggendo un manuale. Si sviluppano attraverso l’esperienza, la consapevolezza e — spesso — un percorso di coaching strutturato.

C’è un altro dato che merita attenzione, questa volta di PwC: i lavoratori che integrano competenze AI con competenze umane godono di un premio salariale che può arrivare fino al 56%. Non basta saper usare l’AI. Bisogna sapere cosa fare con ciò che l’AI non può fare.

Perché le soft skill non si allenano con un corso online

Questo è il punto che conta davvero, e su cui vale la pena essere precisi.

Le competenze tecniche si trasmettono. Le soft skill si sviluppano — ed è una distinzione fondamentale. Puoi spiegare cos’è l’empatia in un’ora. Ma non puoi insegnare l’empatia in un’ora. Puoi descrivere cosa significa autoriflessione. Ma affinché diventi una pratica reale, radicata nel comportamento quotidiano di una persona, serve un lavoro diverso.

Il coaching agisce esattamente su questo livello. Non trasmette contenuti: crea le condizioni perché una persona esplori i propri pattern, riconosca i propri blocchi e scelga consapevolmente come agire in modo diverso. È un processo che richiede tempo, relazione e presenza — tre elementi che nessuna piattaforma di e-learning può offrire davvero.

ManpowerGroup parla di “Human Edge”: il valore insostituibile del giudizio umano, che se potenziato diventa un vantaggio competitivo concreto. Il coaching è, tra gli strumenti di sviluppo disponibili, quello più direttamente orientato a costruire questo vantaggio.

Il disorientamento che l’AI produce e che il coaching aiuta a gestire

C’è una dimensione del cambiamento in corso che i numeri non catturano bene: il disorientamento.

Quando un ruolo cambia in modo rapido, quando le certezze professionali di anni vengono rimesse in discussione, quando si deve imparare a lavorare con strumenti che non esistevano due anni fa — la risposta non è solo tecnica. È anche psicologica.

Le persone che attraversano bene le transizioni non sono necessariamente le più competenti tecnicamente. Sono quelle con maggiore flessibilità cognitiva, maggiore capacità di reggere l’incertezza e maggiore chiarezza su chi sono al di là del ruolo che ricoprono.

Queste non sono caratteristiche innate. Si allenano. E il coaching — in particolare il coaching orientato all’identità professionale e alla leadership personale — è uno degli strumenti più efficaci per farlo.

Ho accompagnato nel corso degli anni decine di professionisti e leader attraverso transizioni complesse: fusioni aziendali, cambi di ruolo, crisi organizzative. Il denominatore comune di chi ha attraversato bene quelle fasi non era la competenza tecnica. Era la consapevolezza di sé.

Il coaching aziendale nell’era dell’AI: da benefit a investimento strategico

Per molto tempo, il coaching in azienda è stato percepito come un benefit per i top manager — qualcosa di prezioso ma non essenziale. Questa percezione è destinata a cambiare, e in parte sta già cambiando.

In un contesto in cui il reskilling continuo diventa strutturale — non un evento ma una condizione permanente — le organizzazioni che investono nello sviluppo delle competenze umane dei propri collaboratori costruiscono un vantaggio competitivo difficile da replicare. L’AI può copiare un processo. Non può copiare la cultura di un team, la qualità delle relazioni, la capacità di un leader di portare le persone attraverso il cambiamento.

Il coaching aziendale, in questo scenario, non è più un lusso. È un moltiplicatore di efficacia — sia per l’individuo che deve sviluppare le competenze che l’AI non sostituisce, sia per l’organizzazione che deve costruire la resilienza necessaria a reggere un cambiamento continuo.

Cosa fare adesso: tre domande per orientarsi

Se sei un professionista che si chiede come posizionarsi in questo scenario, o un leader che deve aiutare il proprio team a farlo, queste sono le domande che contano:

Quali delle tue competenze sono difficilmente automatizzabili? Non pensare per ruoli o mansioni — pensa per capacità. La tua capacità di leggere una stanza, di costruire fiducia, di tenere una conversazione difficile: quella non è automatizzabile.

Stai davvero sviluppando le tue soft skill, o le dai per scontate? La maggior parte delle persone sa di dover aggiornarsi sulle competenze tecniche. Pochissimi dedicano lo stesso impegno allo sviluppo delle competenze relazionali e di autoriflessione.

Hai qualcuno che ti aiuta a vedere quello che da solo non riesci a vedere? Questa è la domanda che apre la conversazione sul coaching — non come risposta promozionale, ma come considerazione pratica. In un mercato che cambia rapidamente, avere un punto di vista esterno e qualificato sul proprio sviluppo non è un lusso. È un metodo.

L’AI è già qui. E il suo impatto sul lavoro è reale, profondo e — in larga misura — irreversibile. Ma tra i professionisti che questo cambiamento lo attraverseranno bene e quelli che ne saranno travolti, la differenza non la farà la tecnologia. La farà la profondità con cui ciascuno conosce se stesso e sviluppa le competenze che nessun algoritmo può replicare.

Questo è il territorio del coaching. Ed è un territorio che, nell’era dell’AI, vale più che mai.

A cura di: Redazione

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