“Ha ancora senso diventare coach, se tra cinque anni un’intelligenza artificiale farà domande migliori delle mie?” È la domanda che sento più spesso da chi sta valutando un percorso di formazione. E merita una risposta seria, non rassicurazioni di maniera.
Per darla, conviene partire da un tema più ampio: quali sono i lavori del futuro, e con quale criterio si distinguono da quelli destinati a ridursi.
Quali sono i lavori del futuro secondo i dati
Il riferimento più solido è il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, costruito sulle risposte di oltre 1.000 aziende in 55 economie. Le stime al 2030 dicono tre cose:
- 170 milioni di nuovi posti di lavoro creati;
- 92 milioni di posti sostituiti o scomparsi;
- un saldo positivo di 78 milioni.
Il lavoro, quindi, non sparisce: cambia forma. Il 22% dei posti attuali sarà toccato da questa trasformazione, e quasi il 40% delle competenze richieste oggi dovrà evolvere entro il 2030.
I lavori del futuro, in altre parole, non sono solo mestieri nuovi dal nome esotico. Sono anche mestieri esistenti che cambiano contenuto. Ed è qui che entra in gioco il coaching.
Il criterio che conta: che cosa è automatizzabile
L’AI è formidabile in tutto ciò che è riconoscimento di schemi su grandi quantità di dati: riassumere, classificare, generare testi, proporre opzioni. Diventa meno affidabile dove servono presenza, giudizio contestuale e responsabilità verso un’altra persona.
Non a caso, lo stesso report WEF indica tra le competenze in maggiore crescita, accanto a AI e big data, anche il pensiero creativo, la resilienza, flessibilità e agilità, la curiosità e l’apprendimento continuo. Sono competenze umane che il mercato chiede di più, non di meno.
Un buon test per capire se un lavoro ha futuro è chiedersi: il valore sta nell’informazione o nella relazione? Se sta nell’informazione, l’AI la renderà abbondante e poco costosa. Se sta nella relazione, l’AI potrà supportarla, ma difficilmente sostituirla.
Il coach è un lavoro del futuro? Cosa dicono i numeri
Il coaching professionale non sta arretrando. Il Global Coaching Study 2025 di ICF, basato su oltre 10.000 partecipanti in 127 Paesi, stima:
- 122.974 coach professionisti nel mondo, il 15% in più rispetto al 2023;
- un settore da 5,34 miliardi di dollari di ricavi;
- il 59% dei coach che si aspetta una crescita dei ricavi nell’anno successivo, trainata soprattutto da più clienti e più sessioni.
Questi dati fotografano una professione in espansione proprio negli anni in cui l’AI generativa è entrata nella vita di tutti. Non dimostrano che l’AI “fa bene” al coaching: dicono che, finora, la domanda di relazioni di sviluppo guidate da un professionista è cresciuta.
Cosa cambia davvero per chi vuole diventare coach
La risposta onesta alla domanda iniziale è: sì, il coach è uno dei lavori del futuro, ma non il coach di ieri. Tre cambiamenti sono già visibili.
1. Le attività di contorno si automatizzano. Preparare una sessione, riordinare appunti, creare materiali per il cliente: l’AI può alleggerire questo lavoro. Il tempo liberato va reinvestito nella qualità della presenza.
2. Il cliente arriva più informato. Molte persone hanno già “chiesto a un chatbot” prima di cercare un coach. Non cercano risposte: cercano qualcuno che le aiuti a trovare le proprie, per continuare a fidarsi di questo qualcuno.
3. La formazione fa la differenza. In un mercato dove chiunque può generare un elenco di “domande potenti”, conta la padronanza delle competenze, dell’etica e del metodo. È quello che distingue un professionista da uno strumento.
Le competenze che rendono il coach insostituibile
Se l’AI è brava a rispondere, il coach è bravo a far emergere domande. Alcune capacità restano profondamente umane:
- l’ascolto attivo, che coglie ciò che non viene detto;
- la presenza, cioè la capacità di stare nel momento con l’altro senza fretta di risolvere;
- la congruenza, ovvero essere autentici nella relazione (ne abbiamo parlato in Congruenza: la capacità di essere sé stessi);
- la responsabilità etica verso il cliente e verso ciò che emerge in sessione.
Sono le stesse soft skills che il mercato del lavoro chiede sempre di più a manager e professionisti. Le approfondiremo nel prossimo articolo.
Allora, domani farò il coach?
Chi sceglie il coaching oggi non sceglie un mestiere al riparo dal cambiamento. Sceglie un mestiere che vive di cambiamento, perché accompagna le persone proprio quando il loro lavoro, il loro ruolo o la loro identità professionale si trasformano. E in un decennio in cui il 40% delle competenze cambierà, di persone da accompagnare ce ne saranno molte.
La condizione è una sola: formarsi seriamente, con un percorso riconosciuto e un metodo solido. Se stai valutando questo passo, scopri il Corso di coaching certificato ICF del Metodo Osnaghi.
A cura di: Redazione
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